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7·8

rivista semestrale
anni IV-VII · numero 7-8
2011-2014

10. Valle d’Aosta: montagne e identità

Scritto da Marco Cuaz.

Una recente ricerca sul sentimento identitario dei giovani valdostani ha individuato nel paesaggio alpestre (insieme al welfare garantito dalle risorse regionali), l’elemento principale del senso di appartenenza al loro paese. Quasi tutti gli intervistati ritengono tale sentimento “naturale” ed “eterno”. Invece le montagne, per tanto tempo, erano state molte altre cose. Per millenni erano state un locus horridus, fuggito da tutti, miserevole alla vista e inadatto ad essere abitato dagli uomini. Luoghi di mostri, di draghi, di diavoli, di banditi, di eretici, di eremiti. Solo tra Sette e Ottocento vennero scienziati e viaggiatori romantici che guardarono le montagne in modo diverso. Ne inventarono la bellezza e l’utilità. Le Alpi divennero così il cuore di un viaggio “pittoresco”, una riserva di wilderness e di salute per la fuga dalla civiltà, irresistibile richiamo per un’elitaria schiera di “touristi” alla ricerca di una natura incontaminata e selvaggia. Poi vennero gli Alpini e le Alpi visualizzarono il confine, simboleggiarono una barriera protettiva, segnarono lo spazio materiale di un’identità. Divennero le “guardiane della patria”, la “barriera naturale d’Italia”, andavano segnate, occupate, difese, con potenti fortezze e soldati affidabili. Infine vennero gli operai. Dopo tanti secoli di quasi immobile economia agro-pastorale, nei primi decenni del Novecento un’industrializzazione impetuosa, iniziata dall’invenzione dell’industria idroelettrica, modificò composizione sociale e attività lavorative, sconvolse secolari abitudini, trasformò una regione tranquilla, povera e periferica in un importante centro industriale. Tre forme di “modernizzazione” che venivano tutte dall’esterno, parlavano un’altra lingua, usavano il territorio in modo diverso. I sentimenti di appartenenza della popolazione ne furono scossi. Molti valdostani incominciarono a non riconoscere più il loro paesaggio, a sentirsi espropriati delle loro risorse: le acque, i boschi, gli alpeggi, le miniere. Avvertirono lo Stato come una minaccia verso i modelli culturali della tradizione, videro il funzionario, il maestro elementare, il banchiere, l’imprenditore, come un nemico invasore. Di qui nacquero quei sentimenti di diffidenza, di rancore, di spaesamento da cui trassero alimento le moderne rivendicazioni politiche autonomiste

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n. 7·8

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