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rivista semestrale
anno I · numero 1
gennaio-giugno 2008

Editoriale

Scritto da Antonio Brusa.

Negli ultimi decenni gli storici hanno progressivamente preso coscienza dell’importanza che il rapporto fra produzione scientifica e conoscenza diffusa assumeva, proprio in un periodo di intensi cambiamenti. Frutto di questa consapevolezza è il notevole incremento di studi sul tema dell’uso pubblico della storia. Per contro, un’attenzione minore è stata riservata, specialmente in Italia, a un secondo versante del rapporto fra storia e società: l’insegnamento della storia. Eppure, la rilevanza sociale che oggi investe questo tema è testimoniata dal fatto che, nell’ultimo ventennio, molti Stati hanno cambiato i programmi di insegnamento e a volte, come nel caso dell’Italia, in una successione tormentata di riforme. Sono tornate di dominio pubblico questioni che a molti apparivano risolte definitivamente, in un patto secolare fra scuola, storia e formazione, nel quale la memoria, l’appartenenza ad una comunità, la lealtà cittadina, l’identità e l’adesione a una tradizione, le ritualità della collettività apparivano consolidate dall’uso, e non più in discussione.

Con sempre maggior convulsione tali questioni sono venute alla ribalta, in dibattiti che non di rado hanno diviso la società, hanno acceso controversie politiche e, sempre più frequentemente, anche il dibattito mediatico. Negli ultimi due decenni, ancora, le “difficoltà” di chi insegna storia sono diventate più evidenti e diffuse. Non riguardano più soltanto situazioni di rischio e specifici ordini di scuole. Ma dai licei agli istituti professionali, dalle elementari alle università, figure di insegnanti diverse (il maestro formato presso Scienze della Formazione e il professore laureato nei corsi di laurea di Lettere e di Storia) sono progressivamente accomunate da un elenco di impedimenti e di ostacoli, che si allunga col passare del tempo: difficoltà di lettura, di comprensione di testi e di problemi, disaffezione verso la disciplina, la sua progressiva marginalizzazione, l’impossibilità di orientarsi nel mare infinito di questioni, immagini, conoscenze e notizie, che caratterizza la nostra società cognitiva.

E, dalla fine del secolo scorso, sono entrati nelle classi italiane i temi dirompenti dell’intercultura e della mondializzazione. È improvvisamente diventata una questione politica, a volte perfino di politica internazionale, quella che un tempo era un’incombenza, da risolversi nelle sale dei professori: scegliere i “contenuti”, all’inizio dell’anno scolastico. Come conciliare i racconti nazionali con le dimensioni che, da quella locale a quella mondiale, caratterizzano ormai l’universo storiografico del mondo? Come ridare “unità di senso” ad una narrazione storica che appare sempre più frammentaria? Prodotto di una mediazione sapiente e complessa fra la ricerca otto-novecentesca e l’insegnamento storico, il “racconto storico di base”, quella vulgata che costituisce la struttura di fondo dei manuali e delle programmazioni scolastiche, non riesce a dare conto della ricchezza e della varietà dei problemi e delle narrazioni, che la storiografia mondiale mette oggi in campo.

Sentiamo tutti il bisogno di nuove sintesi, solide storiograficamente e efficaci dal punto di vista didattico, ma sentiamo tutti il pericolo che esse vengano realizzate nelle redazioni delle case editrici, o lasciate all’arbitrio delle amministrazioni statali o alla scelta dei singoli docenti. La tradizione scolastica italiana aveva affidato questo complesso di problemi alle cure della riflessione e della pratica pedagogiche. L’insufficienza di questa soluzione ha spinto, nell’ultimo mezzo secolo, un’intera generazione di docenti – a volte in forme spontanee, a volte dentro l’associazionismo professionale – a cercare strumenti efficaci di lavoro. Si è fondata, in Italia, quella che possiamo chiamare una “didattica dal basso”, al cui attivo ascriviamo una produzione non trascurabile e un impegno notevole nell’aggiornamento in servizio. A questa riserva di sapere didattico, qualche volta, le Scuole di Specializzazione all’Insegnamento hanno attinto, per idee, materiali e anche docenti di supporto all’attività di formazione.

Le stesse Scuole, dal canto loro, rappresentano una discontinuità nella storia delle Università italiane, dal momento che pongono per la prima volta la questione della didattica della storia come disciplina universitaria. Una novità che richiede una forte apertura alle ricerche didattiche internazionali. Infatti, nel resto del mondo – e particolarmente in alcune nazioni, fra le quali Germania, Francia, Inghilterra e Spagna –, la didattica della storia si è configurata, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, come una branca delle Scienze Storiche, che indaga sulla storia dell’insegnamento della storia, dai programmi ai manuali; si occupa di questioni tecniche, come la produzione di strumenti didattici, ma anche di problemi teorici, quali lo studio della coscienza storica, del canone delle conoscenze storiche o delle finalità dell’insegnamento storico; studia, infine, l’impatto sociale della disciplina, le sue modalità di apprendimento, l’attrezzatura mentale del pensiero storiografico.

In questa pluralità di interessi, la didattica della storia confina con diversi campi disciplinari: la metodologia e l’epistemologia storiche; le scienze sociali e la geografia; le scienze psicologiche, pedagogiche e delle comunicazioni. Questo è l’orizzonte di «Mundus». Definisce un territorio aperto a studiosi e lettori diversi: dal docente universitario, all’insegnante di qualsiasi ordine e grado, allo studente delle Scuole di Specializzazione, all’educatore o a una delle tantissime figure professionali che contemplano l’utilizzazione sociale del sapere storico. «Mundus» non è solo un luogo di discussione e di problemi, ma vuole essere anche un repertorio di strumenti e di soluzioni concrete, validate dalla ricerca, per il lavoro del docente. È giunto il tempo, ci auguriamo, che dalla “didattica militante”, si passi, anche in Italia, ad una didattica storiograficamente accreditata.

Mundus era un luogo sacro, un pozzo al centro di Roma, dove il cielo si congiungeva con la terra. Naturalmente destinato a diventare eponimo di ombelico, per una delle metonimie più imprevedibili della storia è diventato il nome del pianeta. A questa dialettica fra locale e globale, si richiama questa rivista, e del “mondo” ci rammenta una profondità temporale, che è il valore distintivo del nostro mestiere, di insegnanti e di storici.

 

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