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rivista semestrale
anno I · numero 1
gennaio-giugno 2008

A che serve la storia

Scritto da Mario Liverani.

La riforma dell’ordinamento didattico dell’Università presenta aspetti positivi e problemi irrisolti, e il giudizio che se ne dà può legittimamente variare accentuando le positività o le criticità. Credo che tutti concordino nell’assegnare al piatto positivo della bilancia il principio che occorre apprendere cose utili, funzionali alla costruzione per gli studenti di un futuro di lavoro e di inserimento nella società.

Forse in una prima fase si è troppo rozzamente insistito sull’immediata funzionalità, o “spendibilità” come si suol dire, delle competenze acquisite. Ora mi pare si ragioni in termini di una più ampia contestualizzazione delle competenze acquisite in un quadro generale di carattere sociale e culturale completo. Una preparazione tro ppo tecnicamente circoscritta può sfociare solo in attività esecutive di basso livello, mentre per accedere a posizioni di responsabilità, o semplicemente per comprendere cosa avviene nel mondo, occorre possedere questo più ampio contesto culturale di riferimento.

Fatto sta che negli ultimi anni (direi negli ultimi vent’anni) il ruolo e la funzione della storia sono stati sottoposti ad un riesame critico. Serve davvero a qualcosa la storia? Anni fa un sociologo americano d’origine giapponese, Francis Fukuyama, divenne famoso per aver scritto un libro in cui proclamava la fine della storia. Il trionfo del capitalismo e della democrazia non lascia spazio ad ulteriori sviluppi, se non la sua diffusione in tutto il mondo. Nulla più può accadere di innovativo e importante, e come effetto collaterale diventa inutile studiare la storia passata, serbatoio di curiosità ormai obsolete.

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n. 1

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