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rivista semestrale
anno I · numero 2
luglio-dicembre 2009

Editoriale

Scritto da Alessandro Cavalli.

«Dal prossimo anno scolastico – nel primo e nel secondo ciclo di istruzione – sarà introdotta la disciplina “Cittadinanza e Costituzione”, che sarà oggetto di specifica valutazione. Sono previste 33 ore annuali di insegnamento».

Così veniva annunciata all’inizio di agosto sul sito web del Ministero dell’Istruzione la decisione del ministro Gelmini di “educare” alla cittadinanza i giovani italiani. In realtà, anche nei programmi attualmente in vigore, l’educazione civica era prevista come appendice dell’insegnamento di storia, anche se non si trattava di materia “oggetto di specifica valutazione”. La vera innovazione quindi è che, d’ora in poi, ci sarà un voto anche per questa materia e quindi si può sperare che non resti lettera morta, lasciata alla buona o cattiva volontà degli insegnanti. Ho qualche fondato dubbio che la strada imboccata dal Ministro sia quella giusta, però non si può negare che il problema di un deficit educativo in questo ambito esista e vada affrontato.

L’educazione civica non ha una grande tradizione nella scuola italiana. Le ragioni sono molte: da un lato, dopo il 1945, si voleva lasciare alle spalle l’uso che della scuola aveva fatto il fascismo al fine di indottrinare le giovani generazioni; dall’altro, non si voleva intaccare il monopolio che la Chiesa aveva acquisito nel campo dell’educazione morale; infine, si temeva che le spaccature ideologiche ereditate dal passato avrebbero potuto riprodursi nelle classi, creando ostacoli al buon funzionamento dei rapporti tra insegnanti, allievi e famiglie. Così, mentre i programmi prevedevano, e prevedono, che l’educazione civica venisse insegnata parallelamente o come completamento dell’insegnamento della storia, di fatto, nella maggior parte dei casi, rimaneva, e rimane, lettera morta, oppure si limita a qualche commento del testo della Costituzione repubblicana. Qualche insegnante intraprendente coglie l’occasione per introdurre un po’ di educazione ambientale, qualche altro di educazione sanitaria, o di educazione stradale.

Nel complesso, salvo lodevoli eccezioni, l’educazione civica è largamente assente dalla scuola italiana. Ogni tanto, sull’onda dell’allarme suscitato dai fenomeni di bullismo, si eleva qualche voce che rivendica almeno un’ora alla settimana di educazione civica in tutti gli ordini di scuola, ma, prima della recente mossa del Ministro, alle parole non erano mai seguite azioni concrete. Non credo però che l’ora aggiunta sia il modo giusto di affrontare la questione. Primo, è riduttivo pensare che l’educazione civica (uso per il momento ancora questo termine) si esaurisca nello studio del testo della Costituzione. È vero che questo testo si presta ad essere analizzato nei suoi princìpi e nei suoi presupposti e, quindi, apre molteplici piste di riflessione; tuttavia, è il punto di arrivo e non il punto di partenza di un percorso di formazione alla cittadinanza.

Se l’abbinamento con l’insegnamento della storia ha un senso, lo ha alla fine del percorso, negli anni terminali in cui si affronta la storia contemporanea. Secondo, l’educazione civica deve essere pensata “verticalmente” dalla Scuola primaria alla secondaria superiore (lungo un arco di almeno dieci anni) e “unitariamente”, cioè in modo omogeneo per tutti gli ordini di Scuola secondaria. Non necessariamente però deve essere una “materia” lungo tutto l’arco temporale del curricolo, quanto piuttosto una dimensione che attraversa l’insieme delle materie e delle esperienze che si fanno nella scuola. Terzo, la dimensione “valoriale” è ineliminabile da un insegnamento dell’educazione civica che non sia un’asettica enunciazione di princìpi giuridicoistituzionali. La didattica dei “valori” richiede un’elaborazione anche a livello teorico che finora è rimasta sostanzialmente estranea alla cultura scolastica del nostro Paese.

Si tratta di affrontare il problema di come introdurre nella pratica scolastica, quindi, nell’insegnamento di tutte le materie e non in una materia aggiuntiva, temi di etica pubblica e di etica applicata. Propongo di chiamare questa dimensione “educazione civile” per evitare confusioni con la vicenda (fallimentare) dell’“educazione civica”. L’educazione civile inizia nella Scuola primaria, forse addirittura nella Scuola dell’infanzia e nasce con il concetto di “regola”. I bambini, anche piccoli, imparano presto che senza regole condivise non è possibile neppure giocare e crescendo dovrebbero rendersi conto, cioè imparare, che le regole sono costitutive anche della convivenza civile in generale. Spesso però imparano anche che è vantaggioso violare le regole, soprattutto quando molti altri le rispettano e il prezzo della violazione è basso o inesistente. È il problema del free rider, cioè di chi trae beneficio dal fatto che “gli altri” rispettano le regole mentre lui le trasgredisce; classico esempio il crumiro nel caso di sciopero o l’evasore fiscale che usa i servizi pubblici senza pagarne il costo.

In genere è la famiglia che “addestra” i propri rampolli a diventare free rider, vale a dire, a “fare i furbi”. Ma non solo, spesso sono gli stessi allenatori che addestrano i loro piccoli atleti a fare fallo all’avversario senza farsi vedere dall’arbitro. Ovviamente, non tutte le famiglie e non tutti gli allenatori operano in questo modo, ma, a giudicare dal numero dei furbi in circolazione, la quota non deve essere così esigua. Che cosa fa e che cosa dovrebbe fare la scuola? Talvolta diventa essa stessa un agente complice di questa educazione al free riding, ad esempio, tutte le volte in cui “lascia correre” o “fa finta di non vedere” le trasgressioni o, ancora, le vede e non le sanziona, sia dei propri studenti, ma anche, talvolta, dei propri docenti. Una regola la cui violazione non viene sanzionata è una regola che non verrà mai “fatta propria”, cioè interiorizzata, diventa semplicemente una “non regola”.

Ad esempio, il fatto che copiare durante le verifiche sia una pratica non solo largamente diffusa, ma anche ampiamente tollerata è una delle ragioni per le quali nel nostro Paese è così difficile (dai concorsi universitari all’assunzione dei netturbini) applicare criteri meritocratici. Ricordo con riconoscenza, e quasi con venerazione, un professore dell’Università dove ho studiato che un giorno affisse alla bacheca fuori della porta del suo studio l’elenco degli studenti per i quali aveva ricevuto una raccomandazione. Assicuro che non lo ha dovuto fare una seconda volta. Purtroppo, però, il suo esempio non è stato imitato dai suoi colleghi. L’educazione civile quindi deve partire dalla Scuola primaria, riguarda i comportamenti quotidiani, non un singolo insegnante, ma tutti gli insegnanti (e anche il personale non docente).

Riguarda il rispetto reciproco tra pari, la dignità di ciascuno, il rispetto delle differenze, il rispetto reciproco tra insegnante e allievi, il rispetto degli arredi scolastici (la scuola è un “bene collettivo”) e tante altre cose ancora. Tanto per incominciare, invece di mettere un’ora di educazione civica in tutte le scuole, propongo preliminarmente di mettere un corso, obbligatorio, di “etica pubblica” in tutte le SSIS, in modo che tutti i futuri insegnanti si rendano conto dell’importanza che i loro comportamenti hanno nella formazione delle regole della convivenza civile. Già, peccato che negli stessi giorni lo stesso Ministro abbia annunciato che le SSIS sono destinate a scomparire.

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