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3·4

rivista semestrale
anno II · numero 3-4
gennaio-dicembre 2009

Ecomusei: territorio, comunità, patrimonio

Scritto da Giuliana Massaro.

È agli inizi degli anni Settanta che compare per la prima volta il termine «ecomuseo», in un momento nel quale si stava affrontando la discussione sulla nuova museologia. Gli ecomusei hanno avuto una diffusione notevole in vari paesi del mondo, in particolare in Francia e Spagna. Per quanto riguarda l’Italia, si tratta di una realtà relativamente recente, sviluppata soprattutto nelle regioni del Nord.

Gli ecomusei: dall’ideazione alla realizzazione

Il termine fu pensato in Francia da Hugues de Varine, all’epoca direttore dell’Icom (The International Council of Museums), e venne utilizzato ufficialmente dal ministro dell’Ambiente francese, Robert Poujade, nel 1971. La riflessione di quegli anni nasceva dal bisogno di rivedere il concetto di museo, in particolare rispetto al suo rapporto con il pubblico. L’attenzione dei museologi si concentrò sull’esigenza di rendere il museo sede e strumento di confronto con un pubblico sempre più ampio, superando il target di riferimento dei musei rivolto ad una élite colta e specialistica, la sola che aveva l’opportunità culturale per accedere ai contenuti museali, essendo in grado di decifrarne la complessità.

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n. 3·4

Sommario

Di seguito è disponibile l'indice completo del numero diviso per le sezioni tematiche della rivista.
Fai clic su un titolo di sezione per espandere l'indice degli articoli contenuti.

Editoriale

Questioni

Ricerche

Ricerche monografiche

Dossier

La rivoluzione digitale

a cura di Alessandro Cavalli

Quando abbiamo deciso di dedicare i primi tre dossier di questa rivista, il primo alla rivoluzione neolitica, il secondo alla rivoluzione industriale e il terzo alla rivoluzione digitale abbiamo implicitamente fatto l’assunzione che quest’ultima è destinata ad avere un impatto sulle società umane comparabile a quello che hanno avuto le altre due. Ci siamo cioè trasformati mentalmente negli storici del futuro, immaginando che quando questi studieranno retrospettivamente l’epoca nella quale noi viviamo oggi la valuteranno così densa di cambiamenti da poter applicare tranquillamente ad essa il concetto di “rivoluzione”.


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